Dismorfobia 2017-02-07T10:45:24+00:00

Dismorfobia

Il Disturbo di Dimorfismo Corporeo rientra attualmente nella categoria diagnostica dei disturbi ossessivo-compulsivi (DSM-5, APA 2013).  Nello specifico la caratteristica fondamentale del Dismorfismo Corporeo è la preoccupazione eccessiva per un difetto (reale o immaginario) nell’aspetto fisico o comunque una risposta ansiosa eccessiva e protratta nel tempo rispetto all’eventuale presenza del difetto.
La persona affetta di dismorfismo corporeo focalizza l’attenzione sul “difetto” il quale tende a diventare il pensiero dominante nella vita quotidiana, fino a coinvolgere inevitabilmente tutti gli ambiti dell’esperienza. Dopo poco la persona inizierà a pensare che la propria vita non sia soddisfacente e che tutto dipenda quasi esclusivamente dal proprio problema di natura fisica. L’importanza di una buona immagine corporea di sé e il rilievo culturale che viene dato all’aspetto fisico, possono in qualche modo influenzare o accrescere le preoccupazioni già esistenti circa un supposto “difetto” fisico ma no sono condizioni sufficienti per la comprensione eziopatogenetica del disturbo.  Solitamente questo disturbo viene riscontrato in ugual misura tra gli uomini e le donne. L’età d’esordio è da ricondurre al periodo dell’adolescenza, ma spesso il problema emerge dopo anni.

Nelle edizioni DSM-IV e DSM-IV-TR il disturbo di dismorfismo corporeo rientrava tra i disturbi somatoformi. Tale categoria diagnostica è stata soppressa nel DSM-5 e il disturbo di dismorfismo è stato inserito, a nostro avviso correttamente, all’interno della categoria del disturbo ossessivo-compulsivo e disturbi correlati.

CRITERI DIAGNOSTICI

Per una valutazione diagnostica secondo il DSM-5 è necessario che il clinico tenga in considerazione la presenza contemporanea di quattro criteri diagnostici che elencheremo di seguito:

  1. A) Preoccupazione per uno o più difetti o imperfezioni percepiti nell’aspetto fisico, che non sono osservabili o appaiono ad altri in modo lieve.
  2. B) A un certo punto, durante il decorso del disturbo, l’individuo ha messo in atto comportamenti ripetitivi (per es., guardarsi allo specchio, curarsi eccessivamente nel proprio aspetto, stuzzicarsi la pelle, ricercare rassicurazione) o azioni mentali (per es., confrontare il proprio aspetto fisico con quello degli altri) in risposta a preoccupazioni legate all’aspetto.
  3. C) La preoccupazione causa disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti.
  4. D) La preoccupazione legata all’spetto non è meglio giustificata da preoccupazioni legate al grasso corporeo o al peso di un individuo i cui sintomi soddisfano i criteri diagnostici per un disturbo alimentare.

Per la diagnosi di questo disturbo, il paziente deve dimostrare una persistente convinzione di bruttezza personale o relativa a uno specifico difetto fisico ed essere assolutamente certo che tali sue presunte mancanze estetiche siano evidenti ed ovvie anche per gli altri. Inoltre la preoccupazione relativa al difetto dovrebbe essere eccessiva e non facilmente trasferibile ad un’altra parte corporea considerata difettosa (Munro e Stewart, 1991).

In genere le persone che soffrono di Disturbo di Dismorfismo Corporeo vivono un rilevante disagio per la propria supposta deformità, descrivendo spesso tali preoccupazioni come “intensamente dolorose”, “tormentose”, o “devastanti”. In genere tali pazienti hanno difficoltà a controllare le proprie preoccupazioni e non tentano di resistervi. Così, finiscono col passare molte ore al giorno pensando al loro “difetto”, tanto che tali pensieri divengono talora il punto focale dell’intera loro esistenza.

Molte persone con questo disturbo non riescono ad ammettere le difficoltà che i propri sintomi causano loro, ma anzi sottolineano costantemente l’utilità e la legittimità dei loro continui sforzi mirati a tentare di correggere i difetti percepiti. Inoltre molti sviluppano una relazione “speciale” con gli specchi: si controllano continuamente ed alcuni restano bloccati davanti a tali superfici riflettenti, per ore, ogni giorno, intrappolati tra il desiderio di fuggire dall’immagine poco attraente che vedono e l’impulso irresistibile di aggiustarla. Proprio perché guardarsi negli specchi può generare ansia, le persone che hanno trovato il modo di evitarli sostengono di sentirsi meglio (Phillips, 1986).